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Com'è nato lo scavo di Duna Feniglia

Com'è nato lo scavo di Duna Feniglia - Duna Feniglia

La conoscenza acquisita sulla frequentazione protostorica, del Tombolo di Feniglia si deve essenzialmente a due fonti:
la prima è la ricognizione della Laguna di Orbetello, Monte Argentario, Isola del Giglio e Giannutri condotta dall'Università di Firenze e dall'Università di California (Santa Cruz), nel 1968.
la seconda è la ricognizione dell'Università di Pisa e dell'Università di Siena nell'ambito del progetto Ager Cosanus e Valle dell'Albegna, svolta agli inizi degli anni '80 sotto la guida di Andrea Carandini.
I risultati della prima ricognizione sono stati pubblicati nel 1970, ma purtroppo trattasi in maniera esclusiva di un elenco dei siti identificati, correlati da una incompleta descrizione dei materiali rinvenuti.
Nell'ambito del progetto “Paesaggi d'acque”, si è proceduto a sopralluoghi sul campo, nei suddetti siti, mirati a verificare la presenza di materiali sul terreno. I risultati sono di grande rilievo, poiché hanno portato allo spostamento in età etrusca di alcuni dei siti attribuiti in precedenza all'Età del Bronzo e hanno inoltre reso possibile l'individuazione alle due estremità del tombolo di estesi affioramenti di ceramica di impasto inquadrabili nella prima Età del Ferro, inquadrabili in quelli che vengono definiti “giacimenti di olle ad impasto rossiccio”.

 - Duna Feniglia

Questo tipo di insediamento viene annoverato in letteratura come finalizzato alla produzione del sale e alla conservazione ittica, nonché dei suoi derivati. Allo stato attuale delle ricerche, l'origine dei suddetti insediamenti pare rinvenibile lungo le coste tirreniche dell'Italia centrale agli inizi dell'età del Ferro. Questi insediamenti, con il proseguire dei lavori d’indagine archeologica, si vanno rivelando sempre più diffusi su tutta la costa tirrenica, dal litorale ceretano a quello populoniese. Successivamente i sondaggi realizzati tra il 2001 e il 2005 nell'insediamento presso la sede della Forestale hanno permesso di individuare diversi scarichi di frammenti di grandi vasi, per lo più di impasto grossolano, la cui abbondanza e la cui forma ripetitiva, suggeriscono l'esistenza di attività produttive specializzate che prevedevano la fabbricazione, l'uso e la distruzione di questi manufatti. Ad oggi non esiste una lettura univoca sull'utilizzo di questi grossi contenitori ceramici, ma la più accreditata, quella che sembra esser degna di maggior riscontro pratico e teorico, descrive questi
manufatti come recipienti utilizzati per lo stoccaggio del pesce o per l'estrazione del sale per ebollizione, secondo una tecnica, alternativa all'impianto di saline, nota anche in altri contesti del mondo antico. Tali frammenti sono in gran parte localizzati all'interno di un'ampia fossa e frammisti a strati di cenere, indizio dell'esistenza di intense attività di fuoco. Lo scavo ha inoltre permesso di riconoscere l'esistenza dei resti di una struttura, databile sempre all'età del Ferro, probabilmente destinata a laboratorio, di cui resta un tratto di muro di fondazione a secco. Nell'area circostante sono stati inoltre rinvenuti due forni in cotto, ed un piccolo focolare dello stesso materiale, verosimilmente funzionale alla cottura dei cibi.

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L'assistenza archeologica prestata nel 2002 alla realizzazione di una trincea di scavo per la posa del tubo dell'acquedotto, che ha interessato la strada che attraversa la riserva naturale, ha inoltre consentito la registrazione di ulteriori dati su questo insediamento, con il riconoscimento della presenza di punti di fuoco, probabilmente relativi alla lavorazione del sale per ebollizione, e ha permesso l'individuazione di un insediamento analogo a quello attualmente indagato, all'estremità opposta del tombolo, dunque lato Monte Argentario. Allo stato attuale delle indagini, lo scavo archeologico di Duna Feniglia presenta di un ampio scarico di materiale ceramico, nella parte orientale del sito; la presenza di varie vasche realizzate in materiale argilloso, probabilmente finalizzate alla decantazione dell'acqua o dell'argilla; una vasca sub-circolare sezione concava, tronco-conica, con dimensioni massime di circa m 4,40 - 4,70 all’imboccatura, che tende a rastremarsi in prossimità del fondo che ha dimensioni di circa m 1,50-1,70; la sua profondità massima raggiunge circa i 2 metri. Riguardo alla funzione svolta dalla vasca, che sembra essere un unicum nei siti coevi di stessa tipologia; un indizio interessante può essere dato dalla presenza di una “colata” a matrice molto argillosa, priva di qualsiasi tipo di materiale, che sembra scendere dalle grandi pietre che compongono il perimetro dell’imboccatura della vasca, lungo la parete nord-est, fino a depositarsi sul fondo. La superficie di questa argilla sembra essere stata già parzialmente prelevata in antico, grazie alla presenza di segni di asportazione riconosciuti immediatamente durante i lavori d’indagine. In via ipotetica si crede dunque che la vasca costituisse un deposito argilloso forse da collegare alle necessarie operazioni di depurazione prima dell’utilizzo dell’argilla stessa per la realizzazione dei vasi, ben presenti in ogni area del sito.

Lo Scavo di Duna Feniglia, oggi

Lo Scavo di Duna Feniglia, oggi - Duna Feniglia

Grazie alle indagini in corso è ora possibile delineare meglio le modalità di occupazione del tratto costiero pertinente al territorio dell'antica città di Vulci e chiarire l'economia delle comunità alle origini della cultura etrusca.
Il lavoro, organizzato dal Dipartimento di Scienze dell'Antichità, Sezione di Archeologia dell'Università degli Studi di Milano e dal Centro Studi di Preistoria e Archeologia – Onlus di Milano, è stato concordato con la Soprintendenza Archeologica della Toscana.
Completa collaborazione è stata offerta anche dal Corpo Forestale dello Stato, sotto la cui tutela rientra l'area della Feniglia. (continua)